Un bosco Oltremare

La terra nelle sue immagini cartografiche, il suo consistere e il suo divenire nella realtà di tempo e spazio e nella griglia conoscitiva della mente umana sono, in questa mostra, intenso oggetto di riflessione di Ines Fontenla, artista nata a Buenos Aires, da tempo attiva a Roma. Come si colloca l’appartenenza a un territorio, in un percorso di conoscenza consapevole, della relatività dei dati su cui si fonda? Il globo terraqueo non è stato sempre come noi lo leggiamo nelle carte geografiche del nostro tempo. Sono le stesse carte antiche, precolombiane, ripresentateci dall’artista nel suo lavoro, che ci raccontano i mutamenti, tra innesti e fratture, tra cataclismi e aggiustamenti. E l’Europa, da cui l’attenzione dei cartografi prende le mosse, non è proprio la terra che, nel suo paese d’origine, l’Argentina, ha giocato tutte le sue culture, le sue etnìe, avviando processi di complessità territoriale? Innumerevoli sono le memorie che affiorano nel suo immaginario d’artista radicata e sradicata in modo naturale, presa nella stessa vertigine di luce, d’ombra e d’azzurro che anche, in tempi e modalità differenti, deve aver colto artisti come Yves Klein e Anish Kapoor, attraverso cui, rispettivamente, la Francia del sud respira il Giappone, l’India dell’Occidente respira l’Europa. Anche in loro la percezione sensoriale ha raccolto un segreto. Familiare a quello in cui Ines Fontenla, in questa mostra, dà apparenza di un bosco, cresciuto in un interno, sulle radici di un pensiero che da qualche tempo la occupa. La didascalia rappresenta la zona di confine dove scienza e arte interagiscono per produrre attenzione senza perdere tensione. Il pavimento della stanza è ricoperto da un telo dipinto di blu oltremare. Nella penombra azzurrina si alzano nove colonne, rivestite di piombo, su cui l’artista ha trascritto in pittura i movimenti dei continenti. Le coste frastagliate, il dilagare degli oceani sembrano fluttuare nel vuoto, galleggiare, sotto la luce radente delle fonti luminose.

Il brusìo del quotidiano è rimasto al di là della soglia, qui effetti sonori rinviano a sciabordii marini, a immani fratture della litosfera, a scivolamenti delle masse terrestri. Nessun segnale di allarme, di sgomento: la natura realizza il suo corso. Lo spazio ambientale è percorribile come la strada dei ricordi. Ritorna la colonna come metafora di un pensiero che costruisce la sua altezza a partire da una radice affondata nella terra, la mente frattanto si immerge nel mare del blu, nel blu oltremare. Per entrare nell’opera occorre che l’interlocutore raffreni la sua corsa, cambi il passo, rifocalizzi la sua ottica su un terreno disalienato. Come nella scena di un film girato al ralenti, riprendono senso, nell’ipotesi dell’artista, dettagli, ritmi, forma, suoni, spazi di riflessione che la velocità ha cancellato. Significanti e significati dell’opera entrano in sintonia, si aprono alla trasparenza, incedono con andatura naturale, parlano una lingua dove superficie e profondità, etica ed estetica coincidono.

Viana Conti


TERRA INQUIETA



1995 - Roma - Galleria Spazioltre